L’Ungheria e la “normalità” negata

Ai tempi del Patto di Varsavia e del Comecon, e più precisamente verso la metà degli anni Sessanta, circolava un aneddoto che definiva l’Ungheria (in cui era stato avviato un timido processo di de-sovietizzazione) come “la più allegra baracca del lager socialista”.
A mezzo secolo di distanza dalla dissoluzione del blocco realsocialista, lo stesso Paese, caduto – come la gran parte dell’Europa orientale – nell’orbita atlantica della Nato, rischia di doversi distinguere anche questa volta per un precipuo orientamento politico.
Sulla linea seguita dal nuovo governo di Budapest si è già trattato ampiamente; il nuovo governo, che può contare su una solida maggioranza parlamentare tale da permettergli di poter operare nel senso di riforme strutturali e costituzionali, ha messo a punto e promulgato la nuova Carta fondamentale del Paese centro-europeo, Carta che – unitamente a delle encomiabili riforme a tutela dell’identità nazionale, dell’ambiente naturale, della famiglia – sancisce una rivoluzionaria forma di controllo pubblico e di supervisione politica sull’economia finanziaria nazionale attraverso un meccanismo di contenimento del debito pubblico.
Ed è proprio in questa ultima istanza politica che trova spiegazione l’accanimento internazionale che contro l’Ungheria si è abbattuto attraverso la politica e l’informazione. A Budapest, di punto in bianco, sono state rivolte accuse tanto pesanti quanto infondate: il mancato rispetto della libertà di stampa, le discriminazioni nei confronti delle minoranze, le tentazioni autoritarie.
A nulla sono sembrati valere i continui chiarimenti, le continue precisazioni, le quotidiane smentite che il nuovo governo magiaro ha esternato fin dagli esordi della vicenda: su (quasi) tutta la stampa d’Occidente l’Ungheria era oramai divenuta il buco nero d’Europa.
Con un encomiabile gesto di buona volontà, inoltre, lo scorso lunedì, l’ambasciata d’Ungheria in Italia ha aperto le porte ai giornalisti per una conferenza stampa in cui sarebbero state spiegate, con precisione documentaria, le reali novità apportate dalla nuova Carta costituzionale.
Nel corso dell’incontro, tenutosi negli eleganti locali della sede diplomatica di via dei Villini in Roma, dopo il saluto dell’Ambasciatore che ha manifestato il suo desiderio di superamento di ogni incomprensione e fraintendimento, ha preso la parola il parlamentare europeo Szàjer Jòzsef, membro della commissione che ha redatto la Legge fondamentale di Budapest oggetto di tante polemiche. Questi ha ribadito come il nuovo corso ungherese sia del tutto alieno a ogni velleità autoritaria, ha messo in evidenza la natura realmente pluralistica scaturita dal nuovo assetto costituzionale, ne ha descritto la natura fortemente innovativa sotto i vari aspetti della vita civile e socioeconomica della nazione e, soprattutto, ne ha sottolineato l’estraneità a ogni riferimento di natura partigiana o “ideologica” in senso stretto, ribadendone la natura essenzialmente nazionale, tesa a rinsaldare un legame oramai perduto tra i cittadini e lo Stato, tra popolo e istituzioni.
Purtroppo, questo ennesimo sforzo delle autorità ungheresi volto al chiarimento e alla conciliazione non ha sortito gli effetti desiderati: i giornalisti presenti in sala, rappresentanti delle maggiori testate radiotelevisive e giornalistiche nazionali, hanno continuato a battere, attraverso domande e affermazioni capziose, sul trito e ritrito tema dei “diritti umani”, manco fossero stati davanti all’ambasciatore cileno nel 1980.
Cosa si sta quindi muovendo contro Budapest? Perché questo isolamento internazionale e questi attacchi dei mezzi di informazione? Eppure, non è che hanno fatto la rivoluzione; non è che gli americani sono scappati cogli elicotteri dal tetto dell’ambasciata; al governo non ci sono dei barbudos con sigaro e mimetica. C’è un governo politicamente di matrice “occidentale”, tuttavia orientato a lodevoli iniziative di giustizia sociale e di tutela della sovranità nazionale; un governo che non fa mistero della sua vicinanza al “mondo libero” (sic) dell’atlantismo ma che vuole porre un freno allo strapotere politico delle grandi istituzioni finanziarie. Un governo, insomma, “senza infamia e senza lode”, che si è permesso l’eresia di una pur elementare normalità: quella di voler decidere autonomamente su alcuni aspetti del destino della nazione. Una normalità che il libero Occidente non può tollerare, come non poterono tollerare pericolosi sbandamenti i sovietici nel 1956, con la differenza che ai carri armati oggi si sostituiscono i mercati e alle raffiche dei mitragliatori le campagne di stampa.
A chiusura dell’incontro con la stampa, abbiamo voluto domandare al dr. Jòszef e all’Ambasciatore se considerassero verosimile l’ipotesi che questi attacchi mediatici e politici contro il loro Paese potessero essere una mera “false flag” dietro cui si cela l’ostilità dell’Unione europea, degli Stati Uniti e degli organismi internazionali nei confronti delle politiche di controllo del debito pubblico e di supervisione della banca centrale. La risposta è stata allo stesso tempo esaustiva ed elusiva: “Siamo meravigliati. Accettiamo ogni genere di critica su ogni argomento. Ma sul fatto di voler controllare il debito del nostro Paese ci saremmo aspettati, dall’Unione europea, quantomeno delle lodi. E invece…” . E invece, proseguiamo noi, “un popolo che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai”; e auguriamo al popolo e al governo d’Ungheria di trovare il coraggio di andare oltre quell’ “invece”. Al di là di quei puntini di sospensione potrebbe attenderli la loro libertà.

Fabrizio Fiorini

Strascichi del berlusconismo? No

Nei piccoli centri della pianura padana, in quei paesini coperti dalla nebbia d’inverno e assediati dal caldo umido d’estate – dove la globalizzazione non ha ancora intaccato la routine esistenziale dei cittadini – il bar rimane ancora il fulcro della vita comunitaria. Lo sport, la politica, le corna dello sfortunato marito di turno: sono questi gli argomenti che – fra un bianco della Franciacorta ed un tagliere di salame nostrano – tengono banco.

A questo punto immaginiamoci che l’argomento prediletto dei cittadini sia il bar stesso, come nel caso del locale “Le Cafè”, gestito a Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, dalla procace Laura Maggi. Barista ed intelligente imprenditrice di se stessa, la signorina Maggi accoglie i suoi clienti indossando indumenti succinti, che lasciano poco all’immaginazione, ma là dove non arriva l’immaginazione arrivano le immagini dei calendari – appesi alle pareti – in cui la sexy barista mostra tutto ciò che di bello madre natura le ha donato.

Inutile dire che ormai i clienti arrivano a frotte, anche da altri centri, pur di conoscere la “bella locandiera”. Se da una parte gli affari del bar in questione vanno a gonfie vele, sul fronte delle public relations, con le mogli, le fidanzate e le zitelle di Bagnolo Mella, ci sono stati e tutt’ora sussistono dei problemi. Voci maligne dicono che le donne del paese siano preoccupate per il troppo tempo che i loro congiunti passano, nel suddetto bar, assiepati al bancone, in attesa che la gestrice rivolga loro la parola, e forse non solo quella.

Sicuramente non è questa la ragione di tale astio; siamo nel profondo nord, non in uno sperduto paesino dell’entroterra siciliano. Qui le donne sono evolute, emancipate, mentalmente aperte. Nella provincia bresciana – certe cose che fanno “acchianare u sancu” – come dicono i retrogradi meridionali, non fanno né caldo né freddo, alle algide donne padane. Infatti, nessuna crisi di gelosia, almeno pubblicamente, si è riscontrata nel paesino bresciano. Al contrario, invece, qualche rimostranza è stata fatta da alcune signore di Bagnolo che, temendo per la viabilità e per il buon nome del paese, si sono recate dai carabinieri, come anche dal sindaco.

“Le comari del paesino”, come cantava Faber in “Bocca di rosa”, hanno chiesto che l’Arma intervenga per porre fine alla bagarre di automobili che puntualmente, ogni venerdì sera, si crea di fronte al locale gestito dalla bella Laura. Gli agenti, non potendo fare molto, a quanto pare hanno scaricato la “patata bollente” nelle mani del sindaco, la Dott.ssa Cristina Almici che, intervistata da Alessandra Troncana, per le pagine del Corsera, ha così dichiarato: «Certo. La signora Maggi è stata convocata al Comando. E ammonita verbalmente (…). L’autorizzazione ce l’ha, ma che ne sapevo che avrebbe servito cocktail vestita così? Mi dia il tempo, sto pensando a un provvedimento. Qui l’ordine pubblico è andato a farsi benedire».

La sexy-barista potrà continuare a servire i suoi vodka-tonic, accompagnati da carne in bella mostra? Solo il tempo può dirlo. In attesa di saperlo, gli uomini di Bagnolo Mella sperano di non doverla mai accompagnare verso la stazione ferroviaria del paese, magari scortati da tutti, “dal commissario al sagrestano, con gli occhi rossi e il cappello in mano”.

Romano Guatta Caldini

Intervista a Costanzo Preve

D. Per cominciare avrei scelto l’inizio per eccellenza, cioè i presocratici. Lei sosteneva che nella sentenza di Parmenide secondo cui “l’essere è e il non essere non è” l’essere sia da interpretare come una metafora della comunità, della polis.

R. O meglio, la buona legislazione pitagorica da lasciare intatta, e da non cambiare, perché un suo cambiamento era visto come la caduta nel nulla con cui si metaforizzava la dissoluzione politica della polis.
Col termine “essere” Parmenide intende una metafora. I presocratici sono dei legislatori comunitari, che per diventare credibili rispetto alla loro comunità piena di greci, e non di ebrei e persiani, o di indiani e cinesi si faceva interprete della natura, perché in mancanza di un dio monoteistico, di un patto fra Dio e il suo popolo eletto, la natura era l’unico punto di riferimento metaforico per pensare la società, attraverso un’analogia tra macrocosmo naturale e microcosmo sociale. Pertanto, i cosiddetti presocratici vengono presentati erroneamente nei manuali come se fossero dei naturalisti, in base al principio dell’arché, acqua, aria e così via. Da dove deriva questa deformazione? Primo, il fatto di non capire che i presocratici erano dei legislatori comunitari, e così come i profeti ebraici, per essere credibili presso il loro popolo, dovevano presentarsi come profeti di Dio, dei voleri di Dio, così in mancanza di Dio, di una chiesa, di una religione monoteistica, in mancanza di creazionismo, la natura era l’unico punto di riferimento analogico e metaforico per pensare la società, dunque la dissoluzione della natura era una dissoluzione sociale, per cui il primo equivoco, che secondo me è di tipo illuministico, cioè si proiettano sui presocratici la mentalità scientifica e illuministica del ’700, come se essi fossero dei razionalisti, tipo Voltaire, i quali oppongono al mito la ragione, al mythos il logos. Questa è una deformazione moderna. La seconda deformazione è puramente casuale, dovuta al fatto che Aristotele nel primo libro della “Metafisica” elenca quelle che lui chiama le “quattro cause”, ove in greco “causa”, aitia, non vuol dire unicamente “causalità”, tipo una boccia da biliardo che viene “causata” dalla stecca, ma principio, fondamento. In greco la parola arché, fondamento, corrisponde anche alla parola aitia, causa. Ora, Aristotele elenca i filosofi precedenti a lui in base al privilegiare quattro cause: materiale, formale, efficiente e finale. Ora, lui mette come primi nell’elenco, per puro caso, quelli che hanno privilegiato la causa materiale, quindi l’acqua di Talete, l’aria di Anassimene e così via, poi come seconda la causa formale, che sarebbe il numero di Pitagora o le idee di Platone, una formula o struttura che dà luogo al senso del mondo. Questo lui lo fa perché a lui interessa mostrare la sua causa, che è la causa finale, cioè il rapporto fra atto e potenza, materia e forma. Ora, da questa deformazione da circa 2.500 anni in maniera pigra si fanno manuali di filosofia completamente insensati che danno a uno studente liceale l’idea che i primi filosofi fossero per così dire “scienziati in erba”, cioè chimici, fisici e biologi però non ancora laureati. Da questo deriva una deformazione incredibile, perché in realtà la filosofia nasce politica e nasce come strumento per impedire la dissoluzione della polis a causa della forza del denaro, sempre in base a una cosa chiamata metron, misura. Una terza ragione è dovuta al fatto che non si sa più tradurre la parola greca logos. Logos in greco vuol dire da un lato parola, dall’altro ragione, ma attenzione, vuol dire “calcolo”, il significato fondamentale di logos è “calcolo”, dunque il logos, prima di essere la parola, è il giusto calcolo dei rapporti sociali di ricchezza all’interno della polis, per cui il filosofo è quello che stabilisce l’armonia all’interno della polis, del giusto calcolo, della giusta misura. In questo modo interpreto Anassimandro, interpreto Parmenide, e dunque la mia interpretazione è completamente opposta a quella che uno può imparare nei licei e nelle università.

D. Lei sostiene, hegelianamente, l’identità di “reale” e “razionale” e in particolare ritiene che “razionale” e quindi “reale” sia la natura comunitaria dell’uomo. Ma chi decide cos’è razionale? Cioè, se l’uomo non vuole adeguarsi alla sua natura comunitaria bisognerà costringerlo.

R. Questa è una obiezione fondamentale del pensiero individualistico liberale, per cui la razionalità non è come il numero matematico che è accertabile, ma è qualcosa di opinabile, per cui se il bene filosofico è opinabile a questo punto nessuno può legittimamente richiamarsi ad esso. Questa è la filosofia chiamata “relativismo”, e dice in poche parole, che siccome non esistono criteri per la verità filosofica, è inutile parlare di bene e di comunità visto che ci sarà sempre un individuo il quale ritiene, a torto o a ragione, che non gliene freghi niente della comunità e di prendere a calci il vicino oppure di isolarsi in un’isola deserta. Allora, questo è un problema vecchio come l’umanità, risale al tempo dei sofisti, per cui soltanto il certo e l’esatto sarebbero accertabili, ma il vero no. Il certo sì, ad esempio che l’acqua bolle a 100 gradi è accertabile, metto un dito nell’acqua e mi scotto. L’esempio che quattro più quattro faccia otto è accertabile, per cui il certo e l’esatto sarebbero accertabili, il vero non sarebbe accertabile. Siccome questa posizione esiste fin dal principio della filosofia, i due partiti filosofici si schierano in due grandi campi, che potrei chiamare i “veritativi” e i “relativisti”. Anche per il relativista devono esistere delle norme sociali, però queste norme sono come il semaforo verde o il semaforo rosso, che è puramente convenzionale, cioè convenzionalmente passo col verde e non passo col rosso. Cominciamo a dire che la questione fondamentale della filosofia, la questione centrale, è la contrapposizione tra i veritativi e i relativisti.
Io sono veritativista, come Hegel, peraltro. Ci sono vari tipi di veritativisti, ad esempio quello religioso. Ratzinger è veritativista, dice: “Dio ha detto quello, io Ratzinger, papa cattolico, non faccio altro che interpretare quello che Dio dice”. A questo la grande obiezione è: “Come fai a sapere che Dio ci sia?”, primo, “Come fai a sapere che Dio lo dica proprio a te?”, ma sono obiezioni che la filosofia ha preso in esame, pensa a Kant, non sono novità queste. Io sono personalmente veritativista perché penso che la verità sia una costruzione della storia umana, cioè che l’uomo, attraverso esperienze positive e negative, costruisce progressivamente una verità sociale, che non è la verità matematica, fisica, chimica o biologica, ma che è una verità comunitaria, per cui secondo me la verità, ammesso che esista, e io penso che esista, è una costruzione comunitaria così come la certezza e l’esattezza in fisica, chimica, biologia. Non è possibile convincere un relativista. Un relativista è inconvincibile perché troverà sempre argomenti per dire che non esiste la verità, che non esiste il bene. Non esiste un momento in cui si possa dire che uno dei due partiti ha vinto. La filosofia è un campo di battaglia tra questi due partiti.

D. Riguardo a questa idea della costruzione della verità nella storia umana, io volevo ricollegarmi a questa questione chiedendole di Hegel e Marx: entrambi hanno una concezione della storia, a loro modo, progressistica, cioè come realizzazione della libertà. Non crede che questa tesi sia stata smentita dall’epoca presente?

R. Dunque, che la storia sia il teatro non della sicura vittoria della libertà, quanto di un conflitto tra libertà e non libertà, bisogna anche fare attenzione a questo. La storia è il teatro in cui la libertà deve continuamente affrontare forme di non libertà, così per esempio la interpreto io, poi storicamente parlando, le epoche non smentiscono e non verificano mai nulla, a mio parere: il fatto che ci sia Auschwitz o Hiroshima, per esempio, secondo me non smentisce e non verifica né Hegel né Marx. Il fallimento del comunismo storico novecentesco non è il fallimento di Marx. E’ il fallimento di una particolare ideologia, egualitaria, novecentesca, che si è riferita a Marx come padre fondatore come la Santa Inquisizione si è riferita a Gesù Cristo.

D. Però questo fatto della caduta del comunismo sembra negare la concezione messianica dell’avvento del comunismo.

R. La concezione messianica è certamente negata, ma il messianesimo non era che una delle tante interpretazioni date del comunismo marxista del ’900, e secondo me è una delle più deboli, per cui non c’è identità tra pensiero di Marx e messianesimo. Il messianesimo rappresenta una delle sette o otto interpretazioni che si possono dare di Marx, profondamente influenzata dall’escatologia messianica ebraico-cristiana.
Riprendendo la questione dell’identità tra reale e razionale, bisogna che capiamo cosa vuol dire. Hegel non intendeva per “reale” ciò che effettivamente avviene, perché se no uno stupro sarebbe razionale, visto che effettivamente avviene. Siccome Auschwitz è effettivamente avvenuto, dovrebbe essere anche razionale, e così pure Hiroshima. Per “reale” Hegel intende un’altra cosa, intende “conforme al suo concetto”. Ora “conforme al suo concetto” non c’entra niente con l’effettualità, per esempio Auschwitz, che è veramente avvenuta, non è reale perché non è conforme al concetto di vita umana e di convivenza umana, e così pure Hiroshima. Lo stupro, anche se avviene veramente, nel linguaggio hegeliano è effettuale, ma non è reale perché non corrisponde al libero incontro fra uomo e donna. Vale la pena sapere questo, perché Hegel è il pensatore più diffamato del mondo.

D. Certo, rimane da capire però chi stabilisce cosa sia “conforme al concetto” e quale sia il “concetto”.

R. A questa domanda nella storia della filosofia è stato risposto in due modi: in Platone corrisponde al concetto ciò che è geometricamente, matematicamente, ricostruibile come idea. Per Hegel è conforme al concetto l’idea della storia come luogo della progressiva vittoria della parte positiva su quella negativa. Certo che esiste questo problema. E’ il problema fondamentale della storia della filosofia. Hai qualche idea in proposito? Mi pare di capire che tu simpatizzi per i relativisti.

D. Non simpatizzo per i relativisti, a livello etico ho una visione “tradizionalista”, non vedo nel comportamento umano un bene e un male a livello morale, ma piuttosto un’affermazione di libertà individuale, soprattutto interiore.

R. Questa non è una posizione tradizionale, è la posizione di Nietzsche, che è la posizione meno tradizionale del mondo. Cioè questa posizione che tu chiami “tradizionale” non lo è affatto. Anche qui dobbiamo intenderci su cosa intendiamo per “tradizionale”. La tradizione è generalmente legata a dei costumi che hanno dalla loro l’anzianità dei secoli, dei millenni. Questa è la tradizione, nel senso di Guénon, Evola e così via. Ora, invece l’idea che il bene e il male siano funzione della volontà di potenza personale, è un’idea di Nietzsche, cioè di fine ’800, prima non c’è, e quest’idea risulta da una particolare critica nietzscheana alla filosofia greca, a Socrate e al cristianesimo, non ha nulla di tradizionale. Cioè uno se vuole può essere nietzscheano, ma non però dire che è tradizionale, perché non c’entra niente con la tradizione.

D. Ma i concetti di bene e male in senso morale a mio parere non ci sono neanche nelle tradizioni orientali. Cioè nel buddhismo, nell’induismo.

R. A mia conoscenza il bene e il male ci sono sia nella tradizione cinese che nella tradizione indiana. La tradizione indiana non è unificata perché ci sono prima la religione vedica, poi quella che viene chiamata scorrettamente induismo, e così via. Il buddhismo stesso è un’eresia della religione vedica, della religione dei brahmani, tant’è vero che in India non ha avuto successo, ha avuto successo in Tibet, in Thailandia, ma in India è restata più minoritaria ancora del cristianesimo. Certo, nella tradizione cinese non c’è un monoteismo cristiano creazionistico, le filosofie cinesi sono di tipo panteistico, naturalistico. Si basano sul tao, che si può tradurre sia come via, che come logos, però, a mia conoscenza anche nelle tradizioni cinese e indiana esistono eccome il bene e il male. Il bene e il male secondo me sono radicati all’interno di ogni tradizione popolare sebbene in forma diversa. Bene è ciò che massimizza la riproduzione dell’intera comunità, male è quello che la rende impossibile. Perciò secondo me l’origine delle idee di bene e male è pre-filosofica, perché risale alle sopravvivenze delle comunità primitive. Tu se vuoi esser nietzscheano puoi esserlo, però non dire che sei tradizionalista.

D. Ma l’esoterismo riguarda il singolo, non ha niente a che fare con la società, con la comunità. Prendiamo il tantra: quella è una tradizione anti-moralistica, anzi, si basa proprio sull’infrangere la morale, per certi aspetti.

R. A parte il tantra, la filosofia greca nella sua storia ci mostra diverse filosofie che nascono come anti-morali. Ad esempio i cinici e i primi stoici. I primi stoici, ad esempio, praticavano l’anaideia, che vuol dire svergognatezza. La filosofia greca non nasce così: diventa così con l’arrivo dello schiavismo, come adesso col governo Monti, con la fine della politica. Una delle reazioni è l’individualismo, che può assumere forme diverse, il primo è il ripiegamento in una comunità protetta di amici, e qui abbiamo l’epicureismo, oppure infrangere tutte quante le regole. Zenone, che era un fenicio, andò ad Atene e ascoltò il discorso di un cinico, Cratete, e alla fine gli disse: “Voglio diventare un tuo allievo”. E allora lui si comportò veramente come un saggio cinese o un saggio indiano, disse: “Vai al mercato e prendi una pentola di lenticchie”. E’ andato a prendere la pentola di lenticchie, a questo punto gliel’ha portata, e davanti a sé, il cinico l’ha rotta, così che le lenticchie scendessero su tutto il corpo, in modo che sembrassero merda, e gli ha detto: “Bravo, adesso vai al mercato, non c’è niente di male”. La filosofia dei cinici e dei primi stoici era ultra-zen. Nei frammenti di Zenone c’è scritto: “Scopa con chi vuoi, quando vuoi, anche all’aperto”.

D. Sì, Diogene si mostrò in pratiche abbastanza…

R. Normali. Normali quando finisce la comunità. Quando finisce la comunità ognuno fa quel cazzo che vuole, no? E’ assolutamente normale, questo. Quando finisce una comunità sensata, la sua gente fa quel cazzo che vuole.

D. Lei ha scritto che alcuni autori “di destra”, come Jünger o Evola, sono talvolta più interessanti di molti autori “di sinistra”, ma la cosa che non le va giù di questi autori è il disprezzo aristocratico per la massa. Ma la massa non è quella stessa che assiste compiaciuta al linciaggio, che naviga nel conformismo e nella convenienza sociale e magari è pronta a condannare Costanzo Preve senza aver letto nessuna sua opera?

R. Bisogna distinguere tra la gente così com’è e come potrebbe diventare in una società diversa. Così com’è, è tremenda, però per autori come Jünger o come Evola essa è irriscattabile. Ciò che mi differenzia da loro non è che a me è più simpatica la massa bestiale e bovina che a loro, neanche a me è simpatica, però per loro è irriscattabile, invece io parto dal fatto che l’essere umano sia perfettibile, e in quanto tale riscattabile. In quanto al fatto che la massa dice “Preve è fascista, e così via”, questa non è la massa, questo è l’identitarismo, diciamo così, fanatizzato della sinistra politica, la quale non sopporta nessuno che sia eretico nei confronti dei suoi dogmi fondamentali, il principale dei quali è la dicotomia sinistra-destra. Non sono le masse, sono un particolare settore, un particolare spicchio.

D. Non le perdonano di scrivere per case editrici ritenute “di destra”…

R. Io, Costanzo Preve, ho pubblicato sia per case editrici di sinistra, come Bollati Boringhieri e Città del Sole, sia per case editrici ritenute di destra come All’insegna del Veltro e Il settimo sigillo, e l’ho fatto coscientemente, perché particolarmente dopo alcuni fatti come la guerra di Libia, la guerra in Kosovo del ’99 e così via, ho ritenuto, a torto o a ragione, e personalmente ritengo a ragione, che la dicotomia sinistra-destra era una dicotomia che apparteneva al passato, che ha funzionato per l’800 e una parte del ’900, ma che ora è soltanto un meccanismo acchiappa-babbioni, con cui viene riprodotto continuamente un falso orgasmo politico elettorale. Il caso del governo Monti lo dimostra ampiamente: è appoggiato dalla sinistra e dalla destra, che al momento buono si uniscono. Semplicemente la sinistra è quella che vota il transessuale Luxuria, e la destra è quella che non lo voterebbe mai. Questo per semplificare, no? Per cui abbiamo delle differenze di costume, di comportamento e così via, ma nessuna differenza politica. Ora, se tu dici questo, tu violi il principale dogma della sinistra, cioè la sua superiorità nei confronti di una destra considerata come reazionaria, fascista, infame, stupida, cogliona e così via. Avendo infranto questo tabù, devo pagarne le conseguenze. Direi che sono pagamenti minimi, nel medioevo venivi bruciato vivo, adesso il fatto di venire diffamato su internet da alcuni coglioni cosa vuoi che mi interessi. Non so se è chiaro.

D. Ritornando alla questione della “massa”, ha detto che la condanna verso di lei viene solo da un ambiente ridicolo, minoritario, ma se le succedesse ad esempio come a Claudio Moffa, se estrapolassero una singola frase, distorcendola, mettendola su tutti i giornali, tutti la additerebbero, senza avere la minima idea di chi sia Costanzo Preve.

R. La parola “tutti” in questo caso dovrebbe essere tradotta come “la parte manipolabile dell’opinione pubblica”, il 95% della gente non sa assolutamente chi è Moffa e chi è Preve, il 99,9%. Sa cos’è il Toro, sa cos’è Ibrahimovic…

D. Diciamo chi legge il Corriere della Sera.

R. L’immensa maggioranza legge la cronaca milanese, pavese, torinese e così via. Poi c’è una parte che legge di politica, e poi c’è una parte ancora più piccola che legge la parte culturale, per cui già sono spicchi molto piccoli. All’interno di questi spicchi politicizzati abbiamo un settore di circa il 5 o 10% della popolazione italiana, ma secondo me meno, che è sensibile all’identitarismo, diciamo così, da tifoso, e pertanto è particolarmente portata a condannare sulla base del sentito dire, della chiacchiera. Moffa è un antisionista, non credo che sia un antisemita, ma dopo un po’ di tempo l’antisionismo se diventa molto forte può sboccare forse un po’ nell’antisemitismo, e i confini tra antisionismo e antisemitismo sono confini molto labili, e che tuttavia dovrebbero essere molto chiari. L’antisionista è contro l’occupazione della Palestina da cui viene cacciata la sua originaria popolazione araba: arabo-musulmana, arabo-cristiana e anche arabo-ebraica. E l’antisemitismo invece no, è una teoria della demonizzazione del popolo ebraico, per ragioni che possono essere razziali, hitleriane e così via. Comunque è praticamente impossibile che un intellettuale controcorrente non sia diffamato. È un prezzo da pagare.

D. E’ possibile rompere la gabbia del politicamente corretto?

R. La gabbia del politicamente corretto, praticamente, oggi come oggi, è quasi impossibile da rompere, perché il politicamente corretto è un codice di accesso. È il codice di accesso per arrivare a quella che viene chiamata “opinione pubblica”, il politicamente corretto rappresenta oggi quello che un tempo era il conformismo religioso medievale, quello che un tempo era il costume borghese, cioè rappresenta un insieme di interdetti, un insieme di tabù. Il politicamente corretto è l’equivalente postmoderno dei tabù delle tribù primitive, dove alcune cose non le potevi fare. Non puoi toccare l’impero americano, non puoi toccare l’olocausto, non puoi toccare la dicotomia sinistra-destra, non puoi toccare il primato dei gay sulle persone dette “normali”, non puoi toccare il primato simbolico delle femministe, sono tutte cose politicamente corrette, no? Chi si mette fuori dal politicamente corretto è subito stigmatizzato come fascista, nazista pericolosissimo. Però questo non riguarda la gente, riguarda i settori che hanno in mano le chiavi dell’opinione pubblica politicamente corretta, che sono gli intellettuali universitari e giornalistici.

D. Però se uno per ipotesi negasse l’olocausto (che io comunque, è meglio specificare, ritengo sia accaduto), cioè manifestasse la forma più estrema di infrazione del politicamente corretto verrebbe additato da tutti, verrebbe messo al pubblico ludibrio…

R. Il fatto è questo: l’olocausto degli ebrei c’è veramente stato. Esso ha provocato uno shock nella coscienza europea, che avrebbe dovuto accompagnarsi ad altri shock: bombardamento di Dresda, Hiroshima… questo non è avvenuto, per cui l’olocausto è stato isolato come fenomeno unico, incomparabile, e secondo me questo è sbagliato. L’olocausto ebraico è stato uno dei tanti massacri del ventesimo secolo, come quello armeno. Come mai questo isterismo di fronte al negazionismo? Secondo me bisognerebbe scavare in profondità, io da un lato penso che l’olocausto sia veramente avvenuto, penso che bisogna veramente rispettare la memoria delle vittime innocenti dell’olocausto, dall’altro però penso ci dovrebbe esserne la massima libertà di discuterne. Questa però non c’è, non c’è perché la questione dell’olocausto è un dente che duole nella cultura occidentale che non crede più in Dio e che deve sostituire alla fede in Dio che non ha più una specie di nuova religione laica dell’olocausto. In questo senso Freud in “Totem e Tabù” scrive che la religione è frutto di un complesso di colpa non risolto e non elaborato. I primitivi divorano il loro padre dispotico e poi si pentono come i coccodrilli. Secondo me non è vero, però come mito è buono. L’olocausto è il mito d’Europa. L’Europa è occupata da basi militari americane, ha perduto la sua indipendenza, e perché l’ha perduta? Perché questi possono sempre dire: “Se vi lasciamo soli cosa fate?”, come i bambini, discoli, producete Hitler e Stalin, quindi non possiamo lasciarvi soli.

D. Lei è molto legato, per ragioni biografiche, alla Grecia. Cosa sta succedendo in Grecia?

R. La Grecia è un capro espiatorio e contemporaneamente una cavia. E’ il primo paese europeo ad essere completamente commissariato dalle grandi banche, perché era il paese più debole, perché era il paese produttivamente più debole, perché era un paese effettivamente male amministrato, perché era un paese che aveva alcuni difetti, peraltro non maggiori di altri, comunque li aveva, e soprattutto aveva una bassa produttività, perciò tendeva ad avere un’economia di scambio più parassitaria che produttiva. A questo punto la Grecia è stata commissariata. Il popolo greco è sull’orlo della distruzione, quando ci sono degli stipendi da 450 euro, quando la mutua non ti passa più di 30 euro all’anno di medicine, quando i medici non hanno più le medicine in ospedale, questo paese è distrutto. Io sono molto legato alla Grecia e sono molto vicino al popolo greco, sono molto vicino alle sue sofferenze sociali, politiche e culturali. Noi siamo figli della cultura greca, siamo figli della cultura classica greca.

D. E cosa verrà fuori da questa situazione?

R. Non lo so. Tutti i paesi sopravvivono, tutti i popoli sopravvivono, la Germania è sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, il Giappone è sopravvissuto a Hiroshima, la Grecia è sopravvissuta già a delle catastrofi tremende nella sua storia, l’occupazione turca, la cacciata dei greci dall’Asia minore e così via, per cui non so. Certamente delle cose non buone.

 
a cura di Alberto Lodi ed Edoardo Cagnoni

Democrats

 La sinistra italiana tra tragedia e operetta

Il Partito Democratico ha un radicamento territoriale (che oramai lo configura sempre più come “partito regionale”) in alcune aree centro-settentrionali del Paese che è erede, nonostante siano trascorsi più di vent’anni, della formidabile struttura organizzativa e amministrativa ereditata in quelle regioni dal disciolto Pci. 
In Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria, in Liguria, nelle Marche, vuoi per una capillare presenza di reti associative, sezioni, circoli, vuoi per la presenza di una vecchia e nutrita base militante sopravvissuta all’anagrafe e alla “svolta” del ’91, vuoi per una sorta di continuità amministrativa protrattasi senza soluzione di continuità dal primo dopoguerra a oggi, il Partito Democratico riesce tuttora a registrare livelli di consenso che ne aiutano l’attestazione, a livello nazionale, tra le forze politico-partitiche maggioritarie del Paese. 
Senza questa decisiva “spinta” territoriale, ci sarebbe da chiedersi quali sarebbero le meste sorti di una formazione politica di cui, in misura ancora maggiore che per gli altri partiti-fotocopia dell’era del liberismo selvaggio, non si comprende la funzione se non quella di turlupinare quanti tuttora gli riservano il proprio consenso in virtù dei suoi proclami “alternativi” e “di sinistra” che di tanto in tanto sparano ai quattro venti. 
La classe dirigente del Democratic party peninsulare sembra inoltre volersi accontentare a vivacchiare e a dormire sugli appassiti allori del vecchio e cristallizzato consenso padano-appenninico e di contare sulla dedizione di una ancora nutrita schiera di militanti, senza prestare ascolto ai crescenti segnali di disaffezione che gli italiani che si ritengono “di sinistra” gli riservano, a partire (cronaca di questi giorni) dalla ripetuta raffica di batoste che i candidati espressione della nomenklatura di partito continuano a collezionare nelle consultazioni elettorali interne, le cosiddette “primarie”, a vantaggio di candidati demagogico-populisti o nominalmente più radicali .
Non vi è alcun dubbio che si debba riconoscere al Partito di Bersani una particolare dedizione e una profusione di impegno davvero notevole nel volersi svincolare da ogni residuale battaglia sociale e nel volersi distinguere come forza politica autenticamente antipopolare. A partire dal Verbo della sacralità della moneta unica professato dai suoi esponenti fino all’atteggiamento di totale e incondizionata prostrazione tenuto dalla Pd nei confronti della dittatura tecnocratica e finanziaria dell’attuale governo: in una intervista recente il segretario democratico non si è limitato all’elogio del governo delle banche e delle privatizzazioni, ma lo ha incitato a fare di più. Bel partito di popolo, davvero. Bersani, tra una facezia e un’altra e dopo aver trattato di aspirine da banco, benzinai, commissioni bancomat e codice della strada, ha buttato l’asso di briscola: “chiediamo una separazione effettiva della rete Snam”, continuando a fare il gioco degli speculatori internazionali che vogliono mettere le mani su quanto resta dell’economia pubblica nazionale. 
Per fortuna, ogni tanto, si leva qualche voce “altra”. Anche qualche esponente di quello che fu “il più grande partito d’opposizione” recupera l’orgoglio perduto e vuole cantarne quattro al governo dell’usura. Si tratta, nell’ipotesi di specie, dell’onorevole Scalfarotto, vicepresidente del Pd, che raccoglie le forze residue e tuona contro Monti: “proprio una società più efficace e meritocratica come quella che questo governo sta cercando di creare richiederebbe anche il rispetto delle situazioni personali e delle scelte personali di ciascuno”. A cosa si riferirà mai Scalfarotto? Sta forse prendendo le difese di quanti sono stati catapultati nella povertà dalle nuove riforme liberali? Sta pensando alla tutela delle categorie più colpite dal nuovo criminoso mercato del lavoro? Figurarsi: sta esortando il governo Monti a pensare anche alle… coppie di fatto e omosessuali.
E’ questa, dunque, l’opposizione di sua maestà, con cui avrà vita facile, il nuovo governo, a cancellare definitivamente la nostra identità nazionale e a distruggere quanto resta della nostra economia. A meno che una nuova sinistra non si levi all’orizzonte. Una nuova sinistra, ça va sans dire, nazionale.

Fabrizio Fiorini

SINDACATI COLLABORAZIONISTI Lacrime, zerbini e spread

L’Unione sindacale di base si unisce ai tanti italiani che non hanno gradito le dichiarazioni sul posto fisso e i giovani di Monti e dei ministri Fornero e Cancellieri, da affossare con una forte protesta di piazza che vada al di là della mera indignazione.

Occorre infatti un’opposizione dura e perdurante nel paese. Atti ed esternazioni dei confederali e di Confindustria fanno presagire una dura beffa per i lavoratori. Con simili zerbini, il Regime dei Professori va avanti indisturbato.

“Dopo aver messo le mani sulle pensioni con la ignobile scusa di garantire i giovani, ma di fatto livellando tutti al ribasso, cioè allontanando per tutti l’età pensionabile hanno lanciato un’ “opa” ostile sui diritti dei lavoratori, precari e disoccupati promettendo in cambio tutele e reddito per tutti che però, come ammettono loro stessi, non hanno perché mancano le risorse.
I sindacati di regime, dunque, fanno il controcanto al governo e attaccano i sindacalisti di base, svalutando la dignità dei lavoratori stabili, dei precari e dei giovani con l’etichetta del fannullone, bamboccione, cuore di mamma.

Invitano i disoccupati e i giovani a salire di nuovo sui “bastimenti” per cercare fortuna all’estero e puntano a chiudere la partita entro marzo, per offrire ai padroni-banchieri tante nuove cavie sulle quali sperimentare il nuovo modello flessibilizzato su misura. Hanno fatto un trust, tra Cgil-Cisl-Uil, Confindustria, Banche e mezzi di informazione, “per aggiudicarsi il loro pacchetto azionario nella riforma del mercato degli schiavi e compartecipare al dividendo degli utili della svendita dei diritti del lavoro”.

Il sindacato di base lancia a tutti i disoccupati, precari, collettivi, coordinamenti e sindacati di base un appello per la costruzione di un raduno nazionale che programmi tutte le iniziative necessarie per rispondere con una grande mobilitazione generale e generazionale ad anni di offese e sfruttamento e ottenere l’unica cosa “che nessun professore può insegnare o scippare”: la sicurezza sociale fatta di lavoro e reddito stabili e dignitosi, pensioni vere per persone vive.

Ernesto Ferrante

La dignità perduta

Il lavoro italiano nelle mani dei pescecani dello sfruttamento

Un rapido esame di quella complessa raccolta di norme e consuetudini che era il Codice cavalleresco italiano di Jacopo Gelli permette di identificare con chiarezza quali siano le più gravi violazioni della legge dell’onore: l’infierire sull’avversario già ferito e l’apostrofarlo con parole d’ingiuria.
Se il cosiddetto “dinamismo sociale” del diritto positivo non avesse sostanzialmente e formalmente dismesso il Codice cavalleresco che per secoli ha regolato giuridicamente i rapporti (di forza e di diritto) tra i gentiluomini che ricorrevano al duello e a delle rigidamente codificate norme comportamentali per avere “soddisfazione” di onte o offese subite, se tale testo normativo fosse ancora applicato alla società italiana in “affiancamento” al codice penale, si potrebbe star certi che taluni dovrebbero avere fondato timore di farsi vedere in giro.
Tra questi, senza alcun dubbio, dovremmo annoverare il governatore pro tempore della colonia Italia, al secolo Mario Monti, il rampante viceministro del lavoro Michel Martone, la più temuta concorrente della Madonna delle Lacrime di Siracusa, Elsa Fornero, e – ultima ma non ultima – il granitico prefetto Anna Maria Cancellieri, segretario di Stato agli affari interni.
Ci sarebbe di che rimpiangere le reazioni schizofreniche del buon Brunetta, che parlava di lavoro e precariato ma almeno aveva fatto il venditore ambulante di granaglie in piazza San Marco. Oppure l’umorismo destro-erotico berlusconiano, che quanto meno non aveva sempre e comunque delle pretese di eccessiva serietà.
Il nuovo governo tecnico, invece, non ha tempo per giochetti e giri di valzer. Non ha tempo neanche per il dibattito parlamentare che dicono essere sacro: è un continuo esortare a fare in fretta, a non perdere tempo, ad adeguarsi alle direttive; da un lato occorre ringraziarli per aver eliminato l’equivoco, e chiarito che oramai la sovranità popolare è un orpello con meno rilevanza giuridica dell’aeromodellismo.
E non si limitano all’insulto, al dileggio: fanno seguire i fatti. Il capo del governo dice che il “posto fisso” è monotono? Nessun timore, a rassicurarlo sul benessere psichico del popolo ci pensa l’istituto di statistica che, senza pudore, rende noto che circa il 50% dei giovani è “precario”, omettendo, come si conviene a delle istituzioni degne di queste nome e aliene quindi alla volontà di creare allarmismi, tutti i “precari” estranei alle statistiche ufficiali quali i praticanti e i tirocinanti (che per le statistiche sono studenti) e le “false partite Iva”, che sono ufficialmente considerati lavoratori autonomi.
Il viceministro Michel Martone (che, nonostante il nome dalla notevole carica erotica ha voluto privarsi delle gioie della vita da fuoricorso fuori-sede) vuole dettare le nuove tendenze per i giovani del terzo millennio? Il governo, pronto, esegue: perché fare gli “sfigati” ventottenni dentro le università? Molto meglio fare gli apprendisti fino a trenta (anzi, le recenti proposte sull’apprendistato parlano di estendere l’età massima fino a trentadue anni): l’esecutivo si è premurato di agevolare le ditte che volessero assumere apprendisti eliminando, fino al terzo anno, qualsivoglia versamento contributivo. E la situazione, anche in questo caso, è edulcorata dalla mancanza, nei dati ufficiali, dei dati su quanti rapporti di apprendistato siano fittizi, in quanto veri rapporti di lavoro dipendente camuffati da tirocinio.
E come sorvolare sulla virile dama del Viminale, la ministra Cancellieri, che – in un’intervista di ieri – ha deriso i giovani che vogliono il “posticino nella stessa città di mamma e papà”? Eppure è stata, la Cancellieri, commissario prefettizio al comune di Bologna per lungo tempo: crede forse che i centomila giovani “apolidi” che dimorano nella città petroniana siano tutti studentini fuori sede? Speriamo che Michel Martone non la senta: centomila sfigati in una sola provincia farebbero tremare i polsi anche al più rampante dei sottosegretari. E’ al corrente la signora ministra di quanti giovani sotto i trent’anni emigrano dalle regioni del mezzogiorno per cercare lavoretti al nord? Non trattano di questi temi al ministero degli Interni? Di cosa si occupa, la signora ministra, di lucidare i monili?
Eccolo, il volto reale del governo dei banchieri: che non sazio di aver succhiato il sangue al popolo, suo acerrimo nemico, lo insulta, lo dileggia, lo deride contando sulla sua definitiva innocuità. Ma badino: al codice cavalleresco, cui non è più possibile appellarsi per lavare l’onta subita, subentrerà la lotta di popolo. Che nessuna modernità potrà sopprimere.

Fabrizio Fiorini