Nonostante gli schiaffi elettorali, il governo non demorde dalla terapia affamapopoli e vuole svendere la Snam
Se Barack Hussein Obama cantasse le lodi del non allineamento e della sovranità degli Stati, o se un rapper israeliano esprimesse il proprio apprezzamento per il Götterdämmerung, in molti rileverebbero una “nota stonata”. Può invece accadere, come nei giorni scorsi è realmente accaduto, che Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, si preoccupi per l’allarmante tasso di disoccupazione in Europa e nessuno batte ciglio.
La Lagarde, esponente di quell’organismo preposto per statuto alla rapina dei patrimoni dei popoli e di conseguenza della loro sovranità, con la stucchevole maschera di compassione che la contraddistingue, si è espressa proprio in questi termini: in Europa meridionale “una persona su cinque e un giovane su due non trova lavoro; questo è un potenziale disastro, in termini economici, sociali e umani”.
Se la notizia non fosse stata riportata da “autorevoli” agenzie di stampa, si penserebbe a uno scherzo di pessimo gusto.
Non è forse lo stesso Fondo monetario internazionale l’artefice e l’impositore (salvo quando i popoli dicono “no”, ma questo accade a Reykjavík e a Buenos Aires, a Roma abbiamo ancora molta strada da fare) delle politiche di liberalizzazione, privatizzazione, deregolamentazione che hanno portato allo sfacelo la sfera produttiva degli Stati che si volevano alla catena? La logica del Fmi è semplice e spietata, ed è quella che alberga nelle stanze dei bottoni delle banche usuraie: privatizzati gli utili, nazionalizzate le perdite.
Non si contano più gli esempi in cui questo perverso meccanismo è stato applicato: grazie alla “testa di ponte” delle banche private si indebitano gli Stati, poi il Fondo monetario, magnanimamente, interviene in aiuto, e la restituzione del prestito e degli interessi e degli interessi sugli interessi grava sul popolo.
Come? Con le tasse: sui redditi, sulla casa, sui carburanti, pure sulla capocchia dei fiammiferi; poi sulla dismissione del patrimonio pubblico, dei beni del demanio, delle aziende dello Stato; poi – non ultimo – sul lavoro, privato dei suoi apparati produttivi perduti nella conversione finanziaria dell’economia, e sulla previdenza sociale, non più funzione primaria dello Stato sociale ma divenuta business dei fondi privati bancari eassicurativi.
E questo Fondo monetario internazionale, che innesca la scintilla di questa crisi sociale, è proprio lo stesso che la “misericordiosa” Christine Lagarde si trova a presiedere. Senso della decenza, saltale addosso.
L’Italia, cui questo discorso è principalmente rivolto (negli ultimi dati Istat i disoccupati “ufficiali” sono il 10%, il 36% se si considera la fascia di età dei giovani, e la tendenza è di generale incremento soprattutto dopo l’avvento del benemerito governo “tecnico”) si allinea al rammarico del Fmi, a partire dalla “quadruplice” Cgil – Cisl – Uil – Confindustria, fino all’ultimo rappresentante di una classe politica tenuta in vita col sondino. Perfettamente “intonate” al canto della finanza internazionale, poi, le dichiarazioni di Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: bisogna, dice, “assicurare risorse all’economia” (leggasi: alle banche) e, ci rassicura, l’incremento della disoccupazione altro non è che “l’effetto delle misure che abbiamo dovuto prendere per evitare lo scivolamento dei conti pubblici, mentre non si può avere ancora l’effetto delle misure strutturali per lo sviluppo della crescita”.
Insomma, pazientate, tutto si aggiusterà. E’ lo stesso concetto espresso dalla first lady del Fmi: occorre fare sacrifici, perché le riforme pagheranno solo “nel medio termine”.
E, in attesa di tale “medio termine” una classe politica tra le più servili che la storia patria ricordi e che si ostina a danzare sul baratro per auto-conservarsi, continua a stare al gioco dei banchieri senza neanche curarsi dei moniti che continuano a giungere non solo dalle piazze, ma addirittura dai ludi cartacei delle elezioni che in Europa e nel resto del mondo continuano a punire severamente ogni subalternità ai signori del denaro.
Contano sulla nostra inedia, sul fatto di poterci abbindolare con l’eterna fola della “speranza”.
Lo diceva, tempo fa, Mario Monicelli: “la speranza è una trappola inventata dai padroni; la speranza è di quelli che ti dicono: state buoni, state zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà”.
Sono quindi le coscienze a dover essere risvegliate: nessun sogno, nessuna speranza, nessun “aldilà”; ma ritrovare la volontà di lottare per tornare a essere un popolo libero.
Fabrizio Fiorini






